Da ormai tanto tempo mi capita, come insegnante, di trovarmi di fronte ai disagi di molti studenti che vivono il dramma delle separazioni conflittuali dei propri genitori.

Ogni storia è un caso a sé, con dinamiche delicate e di difficile gestione. Tuttavia, da quanto ho potuto constatare, i ragazzi, in genere, riescono a trovare un proprio equilibrio e a dare una nuova direzione alle proprie giornate, cercando nuovi interessi, nuovi spazi e consolidando amicizie in cui crescere, che procurano un balsamo alle proprie ferite e forze rinnovate per affrontare le situazioni familiari.

Invece constato un grave malessere nei ragazzi a cui, in sede giudiziale, nei casi di separazione in cui sussistono denunce di violenza, viene diagnosticata l’alienazione parentale, chiamata anche PAS. A mio parere, dopo anni di studi psicologici al riguardo, con occhio di professionista della scuola, mi sento di affermare che l’alienazione parentale sia una grossa bufala inventata da giuristi senza scrupoli per avere la meglio in caso di litigi sull’affido dei minori nelle cause di separazioni conflittuali.

Il problema è, che ormai l’alienazione parentale è divenuta una moda all’interno degli ambienti giuridici e psicologici, e delle più deleterie. I minori vengono sottoposti a costosissimi incontri diagnostici e terapeutici con assistenti sociali, psicologi, psichiatri, ctu ctp con tutto il cucuzzaro. Nei casi più gravi addirittura allontanati dal genitore vittima di violenza, accusato di inculcare nei figli odio per l’altra figura genitoriale.

Continuo purtroppo a leggere, nei siti dedicati ai professionisti della giustizia, di eminenti studiosi che appoggiano l’alienazione parentale, che vengono presi come vangelo dai giudici preposti a decidere e che sono riusciti a tirarsi dietro tutti i professionisti di settore, non tenendo in alcun conto i disastri che provocano nelle vite dei minori.

Per tale motivo, intervisto lo psichiatra Andrea Mazzeo, che continua, nonostante gli attacchi, ad argomentare coraggiosamente contro la teoria dell’alienazione parentale, infischiandosene dei nomi altisonanti che l’appoggiano e chiedendo argomentazioni scientifiche e serie che ne provino l’esistenza. Il dottor Mazzeo ha fondato, per chi volesse informarsi, il sito www.alienazionegenitoriale.org

Dottor Mazzeo, molti suoi famosi colleghi affermano che l’alienazione parentale sia la campagna denigratoria di un genitore che al momento della separazione spinge il minore a schierarsi con lui contro l’altro genitore, inventandosi violenze e soprusi o altro. Cosa risponde?

Che questo è un concetto privo di senso; la cosiddetta campagna denigratoria consiste nel semplice fatto che chi ha subito violenza o abusi sessuali in famiglia, con la separazione decide di non volere più subire e denuncia il comportamento del genitore violento. Si può chiamare denigrazione la verità?

Cosa deve fare il genitore che riceve dai figli la rivelazione che hanno subito abusi sessuali da parte dell’altro genitore? Non denunciare, rendendosi complice di un delitto?

Cosa deve fare il genitore che ha subito violenza insieme ai suoi figli? Tacere? Continuare a mettere a repentaglio la salute e a volte l’incolumità fisica di se stesso e dei figli? Consentire al genitore violento di reiterare i reati, sino all’esito fatale, la propria morte e l’uccisione dei figli? Lo stalking, l’omicidio dell’ex-partner e l’uccisione dei figli da parte del genitore violento sono ormai fatti di cronaca quotidiana, non dimentichiamo il bambino ucciso dal padre a San Donato Milanese durante i cosiddetti incontri protetti, i due bambini soffocati e poi bruciati dal padre a Ono San Pietro, e le tante donne uccise dall’ex-partner. Galeazzi e Curci, dell’Università di Bologna, stimano che per ogni venti casi di stalking ci sia l’uccisione della vittima; e nella grande maggioranza dei casi la vittima è una donna.

Questo concetto della campagna denigratoria è molto pericoloso perché porta a sottovalutare la violenza in famiglia, salvo poi allargare la braccia e dire che certi delitti, quando accadono, erano imprevedibili. No, erano ampiamente prevedibili, i comportamenti di stalking, le persecuzioni, le molestie assillanti, presentano una escalation che porta inevitabilmente all’esito fatale; continuare a parlare, in televisione, nei media, di campagna denigratoria e di alienazione parentale significa incentivare certi crimini, lo si potrebbe considerare quasi un incoraggiamento dello stalking. Sono numerosi i programmi, nelle due maggiori reti televisive nazionali, che descrivono i padri separati come vittime, ridotti alla fame dalle ex-mogli, avide arpie che scialano con i quattro soldi del mantenimento, quando i padri lo pagano. Di recente sono comparsi anche alcuni spot pubblicitari e filmati che promuovono l’alienazione parentale. Spesso e volentieri anche la stampa nazionale si aggrega al gregge della disinformazione sulla violenza contro donne e bambini; tutta questa disinformazione porta acqua al mulino dello stalking e della violenza contro donne e bambini. Il livello di cinismo di questi soggetti è elevatissimo.

Il fondatore di tale teoria che lei osteggia è Richard Gardner, uno psichiatra. Come mai ha ottenuto così grande credito in Italia e anche in altre nazioni?

Mi permetto di correggerla perché Gardner non era psichiatra, ma solo laureato in medicina; al rientro in patria dopo il servizio militare obbligatorio, ha fatto quello che fanno molti ufficiali medici, e cioè operare nel settore medico-legale come perito dei tribunali; lui ha scelto il campo delle separazioni coniugali, perché magari molto promettente sul piano economico. La sua teoria, tra l’altro mai pubblicata da riviste scientifiche ma solo da riviste di opinioni, riscuote tanti consensi perché aderisce perfettamente all’ideologia del patriarcato che vuole che non si parli delle violenze in famiglia, che si taccia sugli abusi sessuali sui minori. La teoria della PAS ha la funzione di occultare la violenza in famiglia, come dimostrato da due psicologhe, Patrizia Romito e Micaela Crisma, docenti all’Università di Trieste, in un loro articolo; in Tribunale funziona proprio per questo motivo, perché consente di non scoperchiare il vaso di Pandora delle violenze e degli abusi sessuali sui minori.

Il minore viene accusato di alienazione parentale quando si trova nella situazione di conflitto e rifiuto di una delle due figure genitoriali. I fautori della Pas dichiarano che la colpa del rifiuto è da trovarsi nel genitore alienante e anche nei nonni che denigrano l’altra figura genitoriale.
Come mai si ha così tanta difficoltà a cercare le cause del rifiuto di un genitore nelle violenze che spesso madri e minori denunciano? Perché non vengono mai considerate valide altre ragioni e si deve ricorrere all’idea della PAS?

Questo infatti è molto strano; il perito deve cercare le diverse possibili motivazioni di un comportamento, non aderire acriticamente a una sola di esse, soprattutto quando la stessa è oggetto di critiche puntuali da parte della comunità scientifica. Quella del condizionamento psicologico è una delle possibili spiegazioni del comportamento di rifiuto, ma oltre a dichiararla bisogna dimostrarla e sinora non è stata data nessuna dimostrazione di ciò; per citare una famosa sentenza della Corte Costituzionale, non è possibile dimostrare che esistano soggetti che possiedano capacità psichiche tali da poter condizionare la volontà di un’altra persona.

L’altra spiegazione del rifiuto, molto più concreta ed evidente, è quella che il motivo del rifiuto sta proprio nel comportamento del genitore rifiutato (di solito il padre) verso il bambino. Le separazioni cosiddette conflittuali sono quelle che fanno seguito a un periodo più o meno lungo di violenza in famiglia o addirittura di abusi sessuali sul bambino. Il cosiddetto conflitto separativo nasce dal fatto che chi sino a quel momento ha subito la violenza o gli abusi decide, con la separazione, di non volere più subirli; si può chiamare conflitto una situazione del genere? Credo di no, è legittima autodifesa dalla violenza e dagli abusi sessuali.

Come fanno i cultori dell’alienazione parentale a essere così sicuri della figura del genitore alienante? Quali sono i loro supporti scientifici?

Nessuno, non esiste un solo lavoro, che risponda ai criteri oggi richiesti per essere definito scientifico, che dimostri questa alienazione parentale o la figura del cosiddetto genitore alienante. Gli scritti dei professionisti che sostengono questa teoria sono inzuppati di retorica patriarcale, di misoginia; e guai a criticarli. Mi ricorda la situazione del Medioevo quando, in vari campi della conoscenza, nessuno osava mettere in discussione l’autorità dei cosiddetti maestri, Aristotele nella filosofia della scienza, Tolomeo nell’astronomia, Galeno nella medicina, ecc. La rivoluzione scientifica del 1700 ha fatto piazza pulita di queste concezioni medioevali. Chi ancora sostiene in maniera acritica la teoria di Gardner è fermo a una concezione medioevale della psicologia, ignora le ricerche più recenti di psicobiologia che finalmente fondano lo studio delle emozioni e dei comportamenti su basi scientifiche certe e obiettive, dimostrabili e replicabili.

Da questo punto di vista il rifiuto del bambino di frequentare un genitore è conseguenza della paura che il bambino ha del genitore rifiutato; la paura è un’emozione primaria, innata, che non può essere indotta perché è generata da un’area del cervello, il mesencefalo, che presiede alle funzioni neurovegetative e ai comportamenti che garantiscono la sopravvivenza individuale, funzioni che non sono sotto il controllo volontario. Gli unici stimoli, in laboratorio e nella vita reale, che possono attivare queste zone sono il dolore e la percezione del pericolo. Dietro la paura del bambino, che porta al rifiuto, c’è il dolore che il genitore rifiutato gli ha provocato e la percezione che la relazione con questo genitore rappresenta per lui un pericolo; con il rifiuto il bambino cerca di stare lontano dal dolore e dal pericolo. Mi dirà: ma un genitore può rappresentare un pericolo per un bambino? Se si tratta di un genitore violento o abusante, sì, è un pericolo concreto per il bambino, e vari fatti di cronaca lo dimostrano. Se si tratta di un genitore amorevole, protettivo verso il bambino, del quale il bambino ha fiducia, non c’è modo di allontanarlo dal bambino; qualcuno ci provi ad allontanare da un bambino un genitore amorevole e vedrà da sé cosa accade.

Come mai non si approfondiscono le ragioni del rifiuto del minore verso un genitore? Come mai lo si costringe, anche con l’uso della minaccia e della forza, da parte di chi ne ha il potere giuridico, senza ascoltarne le ragioni e le richieste di aiuto?

Approfondire le ragioni del rifiuto significa dover riconoscere la verità di quanto denunciato, e cioè la violenza o gli abusi sessuali; parlo di verità fattuale non di verità processuale. Ovviamente il processo penale richiede prove inconfutabili e molte volte queste sono insufficienti, da qui molte archiviazioni; ma nella disputa sull’affidamento del minore deve prevalere un punto di vista puero-centrico, cioè centrato sul bambino e su quello che lui denuncia. Il processo penale è giustamente garantista nei confronti dell’imputato; nei processi di affidamento madri e bambini non godono di nessun garantismo, sono condannati a priori, prima ancora di mettere piede in tribunale davanti al giudice, sono vittime di giustizia sommaria fatta da CTU e assistenti sociali. E molti giudici fanno i Ponzio Pilato della situazione, assumono nel giudizio quanto sentenziato dai CTU o dagli assistenti sociali senza prendere in considerazione le critiche fatte dai consulenti e dagli avvocati di parte.
La teoria dell’alienazione parentale nasce proprio per sottrarre il genitore violento o abusante al processo, è un modo per difendersi dal processo e non nel processo. Il genitore che sa di essere innocente non ha bisogno di andare a cercare chi lo difenda dal processo, fa valere nel processo la sua innocenza.

La coercizione nei confronti del bambino, il fatto di obbligarlo comunque a mantenere la relazione con il genitore rifiutato, deriva direttamente dalla cosiddetta terapia della minaccia propugnata da Gardner; il genitore rifiutato dal bambino può essere un genitore violento che continuerà a usare violenza sul bambino o addirittura che ha abusato sessualmente del bambino e alla prima occasione abuserà nuovamente. Ho la testimonianza di una bambina, ora per fortuna maggiorenne, sulla quale il padre ha tentato di abusare nuovamente durante gli incontri protetti al Consultorio.

Negli anni scorsi questa concezione coercitiva ha portato a riempire le comunità per minori di bambini che non avevano nessun problema psicologico, non erano maltrattati né in stato di abbandono, semplicemente rifiutavano la relazione con il padre; se invece rifiutavano la relazione con la madre non succedeva nulla, per i giudici andava tutto bene. Una procedura del tutto illegale, a mio parere, e certamente anticostituzionale, perché il ricovero coatto (perché di questo si tratta), il TSO, è disciplinato da una legge, la 180, che prevede una ben precisa procedura mai rispettata in queste decisioni; queste comunità per minori, pomposamente ribattezzate case famiglia, sono in realtà luoghi di reclusione.

Come psichiatra ho un’esperienza quarantennale di case famiglia: sono luoghi nei quali un soggetto entra volontariamente e può uscire quando vuole, può ricevere visite di amici e parenti in qualsiasi momento, può andare in permesso a casa regolarmente, ecc. Se in un luogo si entra per decisione dell’autorità giudiziaria, non si può uscire, non si può telefonare, non si possono ricevere visite, quel luogo è un carcere, un 41bis per bambini, per citare la pedagogista Vincenza Palmieri.

Per non parlare dello stridente conflitto di interessi in cui si trovavano, e forse ancora si trovano, molti giudici onorari che erano al contempo responsabili, soci, consulenti, proprio della case famiglia in cui mandavano i minori che processavano.

Di recente, di fronte all’evidenza dell’assurdità di queste decisioni, si osservano meno inserimenti in comunità, ma la teoria della coercizione al rapporto con il genitore rifiutato persiste ancora. Certi psicologi condiscono questa procedura con teorie del tutto campate in aria, come quella che il rapporto con il padre è necessario per la crescita armoniosa del bambino; certo, il rapporto con un padre normale è utile al bambino, ma il rapporto con un padre violento o abusante lo è ugualmente? Servirà solo a far crescere bambini pieni di rabbia che da adulti scaricheranno questa rabbia sulla società (psicopatici, tossicodipendenti, criminali); questo è il futuro che ci stanno preparando questi psicologi.

Questa concezione coercitiva verso i bambini è figlia di quella che è stata chiamata pedagogia nera; si tratta di un concetto elaborato da una intellettuale tedesca, Katarina Rutschky, sociologa e pedagoga. La Rutschky ha definito così le pratiche pedagogiche in vigore in Germania verso la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 e propugnate da un medico ortopedico, il Dr Schreber; un figlio del Dr Schreber si suicidò verso i 40 anni di età, l’altro finì i suoi giorni in manicomio. La generazione tedesca allevata con questi principi pedagogici è quella che ci ha portato alle due guerre mondiali e che si è resa responsabile del massacro di migliaia di ebrei e di emarginati, omosessuali, ecc. Il libro della Rutschky è stato pubblicato di recente in Italia, chi volesse può approfondire.

Sa, il problema di questi professionisti è che non leggono, sono riuniti in una specie di setta per cui leggono solo libri e articoli scritti da loro stessi, fanno convegni nei quali ribadiscono sempre gli stessi concetti cercando di convincersi di essere nel giusto, ma non allargano mai i loro orizzonti, magari attingendo ad altri scritti. Mi ricordano “Griffy il Bottaio”, della poesia di Edgar Lee Masters, che dice a coloro che vivono in una tinozza che le pareti della tinozza non sono l’orizzonte; ecco, questi professionisti vivono nella tinozza dell’alienazione parentale e si sono convinti che l’alienazione parentale rappresenti l’orizzonte della psicologia. È la vecchia questione del mito della caverna di Platone, essere convinti che le opinioni siano la realtà.

In sintesi, dunque, quali sono i riconoscimenti scientifici dell’alienazione parentale?

L’alienazione parentale non ha alcun riconoscimento scientifico, non è presente nelle classificazioni internazionali dei disturbi mentali (DSM) e delle malattie (ICD). Non è descritta nei trattati di psichiatria e neuropsichiatria infantile. In Italia il Ministro della salute, interpellato in merito, ha dichiarato ufficialmente che l’alienazione parentale è priva di riconoscimento scientifico.

Il Presidente della Federazione degli Ordini dei Medici, Prof. Amedeo Bianco, ha dichiarato che “la cosiddetta PAS è priva di riconoscimenti ufficiali in assenza di evidenze scientifiche e non è codificata dai principali sistemi classificativi delle malattie DSM-IV e ICD-10, mancando allo stato attuale criteri diagnostici condivisi nell’ambito della comunità scientifica”.

Il Presidente della Società italiana di pediatria, Prof. Giovanni Corsello, ha dichiarato: “La Sindrome di Alienazione Parentale non è riconosciuta dalla letteratura scientifica di riferimento e non è inclusa né nel DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) né nell’ICD (International Classification of Diseases) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità”.

Il Presidente della Società italiana di Psichiatria, Prof. Claudio Mencacci ha dichiarato: “La Pas non essendo basata su studi fondati e replicabili e poggiando solo su supposizioni e senso comune, non sufficienti a definire una condizione patologica, non giustifica interventi terapeutici specifici”.

Il noto psichiatra Paolo Crêpet ha dichiarato, dopo i fatti del bambino di Cittadella tolto alla madre: “La PAS? Non so cosa sia. So per esperienza che per i tribunali girano apprendisti stregoni, falliti che non sapendo cosa fare diventano periti e combinano cose inimmaginabili. Ho visto follie, che loro chiamano perizie”.

Quali invece i riconoscimenti dal punto di vista giurisprudenziale?

Non sono un esperto di diritto quindi posso dire poco in merito; so che viene propagandato che alcune sentenze abbiano riconosciuto la PAS o l’alienazione parentale, ma bisogna leggerle per bene prima di fare certe affermazioni. La vicenda dell’alienazione parentale vede una pressione propagandistica simile a quella che viene fatta per molti prodotti commerciali, e questo è singolare visto che si tratta di fatti umani e non di merce da vendere. Molto spesso le tecniche utilizzate per vendere il prodotto ‘alienazione parentale’ hanno punti di somiglianza con le tecniche commerciali dei sistemi multilevel (tipo Erbalife per intenderci), con ampio ricorso alla PNL, programmazione neurolinguistica, tecniche ipnotiche, ecc. Non c’è quindi da meravigliarsi se questi concetti, pur sprovvisti di un minimo di senso logico oltre che scientifico, abbiano così facile presa, e siano entrati in alcune sentenze giudiziarie.

So per certo che una sentenza della Suprema Corte di Cassazione del 2013 ha ribadito senza mezzi termini che in Tribunale non possono entrare concetti privi di basi scientifiche. La PAS è priva di basi scientifiche come pure lo è la sua figlia legittima, l’alienazione parentale. Tutto il resto è retorica.

Per chi volesse approfondire, dove possiamo trovare i suoi studi al riguardo?

Nel mio sito sono riportati alcuni di questi scritti, che non definirei studi perché ho solo ripreso la letteratura scientifica internazionale che critica questi concetti. Un ottimo testo per comprendere come nasce la teoria della PAS e qual è il suo background, si chiama “PAS – Sindrome di alienazione genitoriale. Uno strumento che perpetua il maltrattamento e l’abuso” scritto da due psicologhe di lingua spagnola, Sonia Vaccaro e Consuelo Barea, edito in italiano da una casa editrice fiorentina, la Edit.

Lo scorso anno, in collaborazione con la D.ssa Elvira Reale, psicologa, e la D.ssa Maria Serenella Pignotti, pediatra, ho scritto un articolo per una rivista giuridica, Questioni di Diritto di Famiglia, edita da Maggioli, dal titolo “La manipolazione del processo attraverso le perizie (Trib. Cosenza, 29/7/2015)”.

Sempre nel 2015 ho collaborato con un capitolo sulla PAS al libro “Sguardi differenti – Il punto su sessismo, gender e alienazione genitoriale” edito dalla casa editrice Mammeonline-Matilda, con la prefazione dell’On. Valeria Fedeli, Vice Presidente del Senato.

Di recente ho scritto il capitolo di un testo giuridico dal titolo “Il minore nel conflitto genitoriale”, a cura del Prof. Giuseppe Cassano, edito da Giuffré, di critica della teoria della PAS. Il libro sarà presentato a Roma tra alcuni mesi.

Dott. Mazzeo la ringrazio per la sua disponibilità. Terminerei l’intervista chiedendole di rivolgersi ad i suoi eminenti colleghi. Cosa vorrebbe loro dire che non ha già detto in altre sedi? O cosa vorrebbe ribadire loro?

Di uscite fuori dalla tinozza, o dalla caverna se preferiscono.